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Lavoratori di tutta Italia: contro la mafia!

Abbiamo ancora una volta il piacere di dare spazio a una riflessione del nostro amico Simone, sul tema dei lavoratori impiegati in aziende controllate dalla mafia.



Negli ultimissimi mesi ho seguito da vicino la vicenda del signor Angelo Funiciello e ho preso confidenza – teorica, si intende – col problema della borghesia mafiosa del Settentrione.
Uno dei problemi principali emersi nei confronti col signor Angelo è proprio la massiccia e virulenta presenza della mafia nelle aziende del Nord Italia, con conseguenze catastrofiche sull'economia. Una presenza che si manifesta principalmente in due modi. Da un lato le manovre prenditoriali della borghesia mafiosa per indurre la crisi nei confronti di aziende sane e “acquistarle” a prezzo stracciato in un secondo momento (le virgolette sono d'obbligo, trattandosi di fatto di un'estorsione); dall'altro lo stadio successivo, la proprietà già acquisita di aziende che, grazie ai giri dei proprietari mafiosi, hanno gioco facile sul mercato e possono bruciare la concorrenza con metodi sleali.
Angelo ha spesso aperto gli occhi dei lettori dal proprio punto di vista, quello di imprenditore con oltre trent'anni di storia alle spalle costretto a chiudere bottega per colpa della mafia. Ma proprio lui ha anche suggerito la prospettiva opposta, quella dei lavoratori dipendenti.
Come tesserato al sindacato e convinto sostenitore della crescita dei diritti dei lavoratori, fino al traguardo massimo della loro metamorfosi in imprenditori sociali e collettivi, non posso non cogliere lo spunto in questione e rilevare che per un sindacato la lotta alle infiltrazioni mafiose originali e innovative tipiche del Nord Italia deve diventare una battaglia di primo piano e un momento di partecipazione diretta alla gestione dell'azienda.
Non possiamo non ignorare le conseguenze della presenza mafiosa nell'economia del Nord in entrambi i livelli sopra citati.
Un'azienda sana, gestita onestamente, è destinata nel medio periodo a entrare in crisi nel momento in cui finisse nel mirino di una cupola mafiosa decisa a mettere le mani sul suo fatturato. La borghesia mafiosa è in grado di mettere in ginocchio con ogni strumento anche l'azienda più efficiente inquinandone il mercato, i rapporti con i fornitori, con le banche. L'imprenditore-vittima che si rivolgesse alla magistratura, come dimostrato ampiamente dal Ford Affaire, non farebbe altro che aggiungere il martirio personale e morale all'agonia della propria azienda, finendo in pasto ad avvocati, giudici, pubblici ministeri, questori, tutti collusi con la cupola che ha dato il via alla predazione. Chiaro che, per i lavoratori, le conseguenze sarebbero infauste poiché si troverebbero a lavorare per conto di un'azienda in difficoltà, costretta prima ai tagli, quindi ai licenziamenti e poi alla svendita, lasciando i dipendenti in mutande.
I lavoratori che si ritrovano in aziende controllate dalla mafia vivono l'altra parte del dramma, quello dell'azienda sporca, collusa con tutti coloro ai quali ci si rivolgerebbe normalmente per chiedere il rispetto delle regole. Un'azienda che, finita nel grande girone mafioso, non ha più alcun freno nel calpestare le norme di sicurezza, un'azienda che senza problemi viola i contratti collettivi di lavoro, che non paga i propri dipendenti, che fa lavorare in nero, che mette sul mercato prodotti non a norma o servizi fallaci. Tutto, sapendo che Asl, ispettorati del lavoro, questure, magistratura non interverranno mai a far rispettare le regole per il semplice motivo che mafia e istituzioni sono un'unica grande famiglia dove le poche pecore bianche si tosano facilmente. Il lavoratore sarà allora continuamente umiliato, zittito, ricattato, sfruttato, calpestato nei diritti e nella dignità. Ridotto insomma allo stadio di massima passività della dimensione economica moderna, ossia a merce, a oggetto da prendere, consumare e gettare quando alza la testa e la voce. Il tutto nella beata consapevolezza dei mafiosi che, una volta messolo alla porta, il lavoratore scaricato non avrà nessuno cui rivolgersi per ottenere Giustizia come già è stato per gli imprenditori onesti che hanno subito lo stesso destino dall'altra parte della scrivania.
A tutto questo si aggiunga un ulteriore stadio perché come accennato un'azienda in mano alla mafia potrà operare con meno briglie e costi minori sul mercato tanto da mettere più facilmente in crisi aziende in regola ed esporre anche queste ultime all'infiltrazione malavitosa dando avvio a un nuovo circolo vizioso.



Se Angelo Funiciello ci ha illuminati sul martirio di chi finisce nelle mire della borghesia prenditrice, io posso dire qualcosa circa la posizione del ipendente nel settore della vigilanza privata in cui sono impiegato. [S]Fortunatamente non posso parlare con certezza di borghesia mafiosa, perché non ne ho gli elementi, ma l'odore che si respira non è una fragranza di onestà e trasparenza. Responsabili di aziende che vengono da anni di lavoro nelle prefetture e nelle forze dell'ordine e che conservano con queste rapporti eccellenti tanto che le istituzioni sono leste a controllare che l'interesse dei ricchi clienti sia al sicuro voltandosi dall'altra parte quando in pericolo sono gli operatori. Comportamenti scorretti e minacce sottese per impedire la sindacalizzazione. Sbandieramento dei contratti di lavoro quando c'è da pretendere qualcosa dal dipendente e seppellimento dei medesimi contratti quando si vuole violare i diritti del lavoratore stesso.
Se, ripeto, queste cose avvengono in un contesto in cui non posso parlare con certezza di presenza mafiosa, figuratevi, amici lavoratori, cosa può avvenire in un'azienda mafiosa da cima a fondo. L'organizzazione sindacale deve necessariamente mettere in agenda una strategia durissima, una Guerriglia Sociale, per contrastare questo fenomeno prima che il virus entri nel sindacato stesso e i lavoratori si ritrovino ad essere “difesi” dai loro predatori.

Simone Boscali
www.arcadianet.blogspot.com

 Scritto il 7/6/2010 alle 18:09 | commenti (0)
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